
Circa sette anni prima de La 25ª ora (25th hour; 2002) Spike Lee dipinse questo quadro di miserie umane a base di droga spacciata a cielo aperto e in pieno giorno nel borough di Brooklyn. Se però nel film interpretato da Ed Norton venne natrata la vita di un normalissimo ragazzo bianco che mai ci aspetteremmo possa trovarsi a procurarsi di che vivere vendendo la morte. In questo caso è la comunità di colore, tanto cara al regista originario di Atlanta, al centro di una narrazione piena di stereotipi e miserie nella quale l’ignoranza e l’abbandono scolastico la fanno da padrone, assieme al denaro facile, passando per la madre che vuole tenere lontano il figlio dalla “roba”, il tutto unito a un intrigo poliziesco difficilmente districabile: l’omicidio di un pusher e una serie di indizi che portano a un colpevole ben diverso da quello più prevedibile.
A tessere le fila di tutto Rodney Little, l’ottimo Delroy Lindo, padrone incontrastato del ghetto che cura i propri affari dall’interno del suo negozio, e il sedicenne Strike che in fondo non vede lo spacciare come qualche cosa di particolarmente negativo, è sufficiente ingatti che si eviti di “sniffare” o “farsi” per potersi permettere tutto ciò che si desidera.
I poliziotti, per i quali nessuno riesce a provare molta simpatia, sono al contrario tutti bianchi, tranne Andre “The Giant”, e come spesso accade nei film di Lee, sono anche intrisi di “tanto sano” razzismo; a tale proposito vi consigliamo di rivedere la scena, comprensiva di battute di dubbio gusto, girata al cospetto del cadavere di uno spacciatore, ovviamente di colore, crivellato da numerosi colpi.



