Dolcissima abitudine, un romanzo scritto da Aldo Schiavone

Dolcissima abitudine, la recensione del libro di Aldo Schiavone.

Piera, alias Rosa, fa la prostituta a Torino. Ha imparato il mestiere dalla madre negli anni settanta, anche lei praticante, donna dal carattere aspro e cinico. In una sorta di proletarizzazione famigliare, Rosa (l’autore propenderà per questo nome per i 2/3 del libro) imparerà a non disdegnare la compagnia di molti uomini, creando nel tempo un proprio “parco clienti” affezionato. 

Dolcissima abitudine, la recensione del libro di Aldo Schiavone.
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Alberto Schiavone confeziona questo ritratto disperato, utilizzando un metro iperrealista, con una vividezza cruda e diretta.

Tutto inizia come si diceva negli anni 70. La Torino operaia, targata Fiat, un pò caliginosa e sabauda è ignara di ciò che sarebbe accaduto in decennio. La marcia dei quarantamila, dopo l’occupazione e il licenziamento di migliaia di operai con il pretesto del terrorismo. Che ci fu indubbiamente ma che venne strumentalizzato dal management per espellere forza lavoro considerata esuberante in nome dell’introduzione di nuovi processi produttivi e il mantra della competitività. Rosa e la madre non si accorgono dei mostruosi cambiamenti sociali, delle derive immiserenti innescati dalla Fiat. La città è sconvolta, molti operai attraversano crisi dolorose, molti non ce la fanno.

Nel microcosmo familiare intanto Rosa cresce e impara in fretta a far profitti, specchio di una realtà produttiva impersonale che ammanta l’intera società torinese. La clientela è un cocktail di tipologie dell’uomo della strada : molti sposati, qualche studente. Commercianti, pubblici dipendenti, poliziotti, impiegati, operai costituiscono il capitale in divenire di Rosa che investirà in immobili e in un negozio di parrucchiera. Non ha amiche né amici sino a quando non incontra casualmente Isabel, una maga con cui intratterrà una relazione affettiva, l’unica forse sfrondata da interessi economici. Un figlio mai conosciuto e che inseguirà a lungo sarà la rappresentazione vivente dell’amore solo a tratti provato. Mai assaporato a lungo ma riemerso tra gli approdi oscuri di una vita agra.

Alberto Schiavone confeziona questo ritratto disperante, quasi di getto, utilizzando un metro iperrealista, con una vividezza cruda, diretta. Linguaggio ruvido, esplicito quello di Rosa che non cerca riscatto, né assoluzione ma persegue con logica coerenza un destino assegnatole da una storia ingrata. Troppo ingrata anche per tipi come Rosa.

Dolcissima abitudine, la recensione del libro di Aldo Schiavone.

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