
Nell’Italia degli anni ’70 e ’80 il mostro di Firenze non è stato solamente un serial killer, anzi “il” serial killer, ma un caso che ha coinvolto per decenni, e fino a oggi, decine d’inquirenti, centinaia di membri delle forze dell’ordine, creando ipotesi a volte concrete, a volte fantasiose e sempre tutte unite da un solo minimo comune denominatore: ancora oggi il caso è aperto, ancora oggi non si sa chi sia, o siano stati, il o gli assassini che hanno seminato terrore nelle campagne toscane. A causa di una serie di omicidi diluiti nel tempo e improvvisamente interrotti. Rendendo difficoltose le ricerche dei colpevoli, ma anche a causa di prove occultate o inventate, e di testimoni decisamente inattendibili.
Stefano Sollima decide di mettere mano, assieme allo sceneggiatore Leonardo Fasoli, ancora una volta alla cronaca di casa nostra, ma non più narrando di criminalità organizzata, come nei precedenti casi di Romanzo Criminale – La serie (id.; 2008-2010), di Suburra (id.; 2015), o del più recente Gomorra – La serie (id.; 2014-2021) del quale è stato regista per alcuni episodi. Ma attenendosi maggiormente ai fatti di cronaca. Non prendendosi licenze cinematografiche, o basando la narrazione sulle pagine di romanzi, seppur di alto livello.
Le vicende narrate nella miniserie presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, entrano immediatamente nel vivo con un primo omicidio spietato e subito ricondotto a un vecchio caso di cronaca nera. Un caso che rappresentò il probabile spartiacque fra il trovare un colpevole certo e la vita travagliata che in seguito ha accompagnato l’esistenza di Natalino Mele, all’epoca di soli sei anni, che fu testimone inerme dell’uccisione della madre e del suo amante.
A visione ultimata il gorgo di vicoli ciechi, d’ipotesi inesplorate e scelte all’apparenza inspiegabili rimangono davanti ai nostri occhi esattamente come nella realtà processuale. Al tempo stesso la mini serie non riesce a rapire lo spettatore. Non certo grazie a personaggi tagliati con l’accetta, con i quali l’empatia è azzerata, a causa della fedeltà alle carte processuali, che impedisce a tutti i membri del cast di ottenere una menzione particolare spiccando sugli altri. Perché alla fine scopo del regista era rimettere mano a un ricordo ancora vivo, senza veicolare l’attenzione verso un personaggio o un altro, ma lasciando centrale la cronaca dell’epoca e un filone d’indagini che venne gestito in maniera probabilmente troppo superficiale.



