a cura di Ciro Andreotti
Dopo aver letto d’un fiato il romanzo: I Ragazzi della Barca (qui la nostra recensione), abbiamo cercato di contattare l’autore, che con estrema disponibilità, e pur rispettandone l’anonimato, non si è sottratto dal rispondere alle nostre domande. Questo quello che ha desiderato comunicarci riguardo un esordio molto promettente e un passato ormai distante varie decadi.

1) Come mai, a distanza di anni, la scelta di narrare vicende che affondano le proprie radici fra i ’70 e i ’90?
Perché ho sentito che fosse arrivato il momento giusto. Per anni ho pensato che queste storie dovessero finire nel dimenticatoio, sepolte insieme a noi e a quel periodo della nostra vita. Poi mi sono reso conto che, lasciandole lì, si sarebbe cancellata un’intera generazione. Quella generazione che ha contribuito a costruire, nel bene e nel male, il mito sbagliato della Barca. Un quartiere che a Bologna ha sempre avuto una reputazione difficile, spesso raccontato solo per quello che faceva paura. Ma dietro a quella fama c’erano ragazzi, storie, scelte, errori e anche valori che nessuno ha mai davvero raccontato. Scrivere questo libro è stato un modo per fissare quelle memorie, per non farle sparire. E credo che molti di quei ragazzi che oggi non ci sono più non si sarebbero arrabbiati. Forse, in qualche modo, ne sarebbero stati persino orgogliosi. Alla fine mi è sembrato che questo compito fosse toccato a me. E quando una storia ti rimane addosso così a lungo, forse un motivo c’è.
2) Quanto di vero e quanto di rimodellato e romanzato c’è nella narrazione?
Nel libro ci sono frammenti di ricordi, di memorie, di vissuto. Se devo dirlo in modo diretto: quanto c’è di rimodellato? Il cento per cento. Quanto c’è di vero? Il senso profondo delle cose. I personaggi sono tutti inventati, così come molti episodi sono stati rielaborati e adattati alla narrazione. Ma quello che resta autentico è il contesto, l’atmosfera, il modo di vivere di quegli anni. La periferia, all’epoca, funzionava davvero così. Quelle dinamiche, quelle scelte, quel linguaggio e quella mentalità non sono costruite: fanno parte di un’epoca precisa. Il romanzo non vuole essere una cronaca fedele dei fatti, ma una restituzione emotiva e sociale di quel periodo. La verità non sta nel dettaglio, sta nel clima e nelle conseguenze.
3) C’è qualche autore di genere che ha ispirato la scrittura?
No, non c’è stato nessun autore o scrittore che mi abbia ispirato direttamente. Questo libro nasce da una storia vissuta, non da un modello letterario. Molti mi hanno chiesto se mi riferissi alla Banda della Magliana o ad altri racconti simili, qualcuno ha tirato in ballo perfino Arancia Meccanica. Ma non è così. Qui non c’è imitazione né volontà di richiamare altri immaginari. C’è semplicemente un pezzo di realtà. Una realtà che appartiene a Bologna e, nello specifico, al quartiere Barca, dove sono cresciuto. A chi mi fa paragoni con la Banda della Magliana rispondo sempre la stessa cosa: basta rileggersi i giornali dell’epoca. A Bologna, in quegli anni, non solo alla Barca ma anche in altri quartieri, non mancavano certo criminalità, organizzazione e storie forti. Io però mi attengo a quello che conosco: il mio quartiere, il mio mondo, la mia esperienza. Non volevo raccontare un mito già visto, ma restituire una realtà che, semplicemente, è esistita.
4) A tale proposito ho notato delle similitudini fra il tuo romanzo e L’odore della notte. È un caso o una similitudine cercata?
Le similitudini che qualcuno coglie non sono state cercate, né volute. Se emergono, credo che dipendano dal fatto che si parla della stessa materia: un certo tipo di realtà italiana, di strada, di periferia, vissuta in quegli anni. Come dicevo anche prima, I ragazzi della Barca non nasce da un riferimento letterario o cinematografico preciso. Nasce da un’esperienza diretta, da una memoria vissuta. Non ho mai scritto pensando a Romanzo Criminale o a L’odore della notte, ma semplicemente raccontando quello che conoscevo. Probabilmente L’odore della notte viene percepito come più vicino perché ha un’impronta più sporca, più notturna, meno mitizzata rispetto ad altri racconti. Ma non è una parentela cercata: è una convergenza naturale di storie che nascono dallo stesso periodo storico e dallo stesso sottobosco sociale. Quando si raccontano certi mondi senza filtri, è normale che emergano punti di contatto. Non perché ci si ispiri, ma perché quella realtà, in Italia, è esistita davvero.
5) C’è quindi la possibilità che anche I ragazzi della Barca possa trasformarsi in una serie televisiva o in una pellicola?
Mi farebbe molto piacere. Sono aperto a ogni tipo di possibilità: nella vita non si sa mai, e credo che valga sempre la pena lasciare le porte aperte. Se qualcuno me lo proponesse, accetterei sicuramente. Lo farei soprattutto per dare visibilità al quartiere. Mi piacerebbe raccontare e mostrare i luoghi dove siamo cresciuti, dove siamo nati, farli vedere per quello che sono stati davvero. Dare luce a quelle strade, a quei palazzi, a quel mondo che spesso è stato raccontato solo in modo superficiale. Sarebbe bello restituire dignità e memoria a un quartiere che ha fatto parte della storia della città, nel bene e nel male. E, se questo potesse avvenire attraverso una serie o un film, per me sarebbe una cosa molto bella.
6) Dovessi riprendere in mano il testo, cambieresti qualcosa o approfondiresti qualche aspetto?
Col senno di poi, sì, sicuramente ci sarebbero ancora tante cose da dire e da approfondire. Alcuni luoghi, per esempio, li avrei raccontati di più. Penso ai Pioppi, vicino al Reno: quel posto dove i ragazzi più grandi facevano i salti in moto e noi li guardavamo come fossero degli idoli. Era una zona nata da due buche scavate per palazzi che poi non sono mai stati costruiti, circondata da alberi, e per noi era un mondo a parte. Avrei voluto darle ancora più spazio. Forse avrei inserito anche altri luoghi simbolici di Bologna: San Luca, il centro storico, le Due Torri, qualche palazzo medievale. Non per cambiare la storia, ma per far emergere ancora di più il contrasto tra la periferia e il cuore della città, e dare un respiro più ampio al racconto. Detto questo, non mi lamento. Non sono uno scrittore di professione, ma credo comunque di aver fatto un buon lavoro. Il libro racconta quello che doveva raccontare, con onestà.
7) Quindi i protagonisti (a parte Il mancino) sono ispirati a persone realmente esistite, o sono la summa di protagonisti di quell’epoca?
Sì, è esattamente così. I protagonisti sono la summa di più persone che hanno vissuto in quell’epoca. Non esistono come singoli individui reali, ma raccolgono caratteristiche, atteggiamenti, scelte e contraddizioni di tanti ragazzi di quegli anni. Non mi interessava raccontare una persona precisa, ma un tipo umano, un modo di vivere e di stare al mondo che era comune a molti. Faccio però un’eccezione importante per il personaggio del Norvegese. Il Norvegese non esiste nella maniera più assoluta: non è ispirato a una persona reale né è la somma di qualcuno che ho conosciuto direttamente. È un personaggio simbolico. Il Norvegese (leggete il romanzo e capirete chi sia – nda) è un omaggio. Un omaggio a un’intera generazione di ragazzi che ha vissuto nel quartiere insieme a noi e che poi è stata spazzata via dalla droga. Ragazzi con cui andavamo a scuola, con cui siamo cresciuti, che a un certo punto hanno preso quella strada e non ne sono più usciti. In questo senso il Norvegese rappresenta una generazione intera: una generazione di sconvolti, di perduti, di assenti. È il mio modo per non dimenticarli e per lasciare anche a loro uno spazio dentro questa storia.
8) A fine romanzo c’è un’amara considerazione su come siano cambiate le nuove generazioni e il quartiere. Hai altro da aggiungere?
Altro da aggiungere no, perché in fondo questo libro nasce proprio da questa domanda. È un confronto continuo tra quello che eravamo e quello che vedo oggi. Un parallelo tra due generazioni molto diverse. All’epoca esistevano valori come il rispetto e una forma di fratellanza, per quanto distorta potesse essere. I ragazzi facevano certe scelte per autofinanziarsi una vita che altrimenti non avrebbero potuto permettersi: vestiti, moto, viaggi, libertà. Ma fuori da quel contesto erano ragazzi con cui la gente comune rideva, scherzava, stava bene. Oggi questo equilibrio non esiste più. Non si fanno più certe cose per costruirsi una vita migliore, ma per atteggiarsi, per fare i bulli, per esercitare un potere vuoto. All’epoca, se un ragazzino si fosse comportato come molti si comportano oggi, sarebbe stato rimesso in riga immediatamente dalla generazione più grande. C’erano dei limiti chiari, soprattutto su ciò che non era accettabile. La differenza più grande è questa: allora ti accorgevi di quei ragazzi solo da quello che avevano addosso — oro, orologi, moto, macchine — cose impossibili da permettersi per un ragazzo di quartiere che lavorava. Per il resto erano persone normali, integrate, riconoscibili come parte del tessuto sociale. Oggi quel confine si è perso. Ed è anche per questo che il confronto tra le generazioni, col passare del tempo, sembra andare sempre peggio.
9) Oggi Il Mancino cosa fa. Chi è diventato? E perché ha scelto di allontanarsi da Bologna?
Che fine abbia fatto oggi il Mancino, in realtà, non è dato sapere fino in fondo. Si sa solo quello che è scritto nel libro. Il resto rimane volutamente sospeso. Forse è qualcosa da tenere per un Mancino 2, chissà. Di certo si sa che oggi vive lontano da Bologna, probabilmente in Riviera, forse a Cesenatico, forse altrove. Ha scelto di allontanarsi perché il mondo che conosceva non esisteva più. I personaggi erano stati scalfiti, il tempo aveva fatto il suo lavoro e, una volta usciti, non avevano più né il potere né lo smalto di prima per continuare a fare certe cose. Era arrivato il momento di capire che un ciclo si era chiuso. C’è un tempo per pescare e un tempo per tirare i remi in barca. E quello, semplicemente, era il momento di uscire di scena.
10) Ci sarà un seguito a questo primo romanzo?
Mi sono volutamente lasciato una porta aperta. Anzi, a dire il vero, più di una. Alla fine del romanzo ci sono alcuni punti che potrebbero permettere un seguito, ma non voglio dire quali. Preferisco che restino lì, per chi ha letto. Vedremo. Se il libro avrà il suo percorso, se avrà senso tornare su questa storia o su questo mondo, non lo escludo affatto. Un eventuale seguito dovrebbe nascere solo se c’è una vera ragione per raccontarlo, non per forza, se accadrà, lo farò molto volentieri. Altrimenti questo romanzo resterà quello che è: una storia compiuta, con le sue domande aperte.
Intervista a Il mancino, autore de I Ragazzi della Barca


