a cura di Ciro Andreotti
Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con il collaboratore scolastico, ma crediamo che lui preferisca definirsi “Bideo”, più musicale e famoso dello stivale. Uno che ha saputo sdoganare il reggae in lingua veneta; anzi no, per la precisione veneziana, altrimenti temiamo si possa offendere, portandolo ai massimi livelli di notorietà. Una notorietà che si è anche scontrata con il mainstream musicale.
Un grazie doveroso ad Andrea Manzo, de I Soliti Sospetti, che ci ha messo in contatto con Sir Oliver Skardy, e a quest’ultimo va un grazie per i minuti che ci ha dedicato, narrando del passato e del presente, non solo musicale, di questa nostra penisola.

Iniziamo dagli albori: Quale l’artista o gli artisti che ti hanno avvicinato e appassionato inizialmente al mondo della musica?
Beh, io sono cresciuto negli anni ’60, e quindi ero attratto da tutti i gruppi americani e inglesi che venivano fuori in quell’epoca. Chiaramente c’erano anche gli italiani e uno dei primi che mi piaceva e dava allegria era Celentano. Inoltre c’era una specie di connessione tra la musica americana e quella italiana, il rock n’ roll era internazionale e sono cresciuto con gruppi come i Beach Boys, i Creedence, Beatles, Rolling Stones e gli Who, che erano il mio gruppo preferito.
Quindi inizialmente non reggae?
Guarda, a metà degli anni ’70 il reggae è arrivato qui in Europa, ma in quel momento non mi piaceva. All’epoca ascoltavo gli Zeppelin, i Pink Floyd, i Deep Purple e il reggae mi dava un senso di troppa leggerezza, mi sembrava un genere troppo commerciale. Però quando ho assistito ai primi concerti dal vivo, e ti parlo di Peter Tosh e ovviamente di Marley, ho cambiato immediatamente idea.
Ok. E toglimi una curiosità: ricordi ancora il tuo esordio? Dov’è stato? Quali sono le sensazioni che ti sono rimaste di quel primo concerto, di quella prima esibizione e se magari sono anche rimaste immutate nel tempo, oppure sono cambiate grazie all’esperienza?
Tieni presente che fin da piccolo sono sempre stato appassionato di musica. Non mi interessavano il calcio e nemmeno lo sport in generale, ma mi interessava molto la musica. Quindi, quando avevo appena otto anni, piuttosto che farmi regalare qualsiasi cosa, ad esempio un orologio, ho chiesto ai miei che mi regalassero una chitarra. E così da quel momento è iniziato tutto. Poi in seguito, sui 16-18 anni sono arrivati i primi concerti.
E ricordi il tuo primo vero concerto da sedicenne ?
Parlo sempre di concerti improvvisati. All’epoca poi, da parte di tutti quelli che si avvicinavano al mondo della musica, c’era veramente una rincorsa al perfezionarsi. La musica rappresentava all’epoca quello che oggi è uno spazio occupato da internet, dato che emulavamo, o provavamo a emulare, quello che avveniva in Inghilterra, negli States.

All’epoca, quelle prime esibizioni, erano già declinate sul solco del reggae?
All’epoca andava di moda il pop che rappresentava un contenitore di tutto, dal rock al country. E io gradualmente mi sono mosso verso il reggae.
In tanti anni di carriera, quali i ricordi maggiormente gratificanti?
Sicuramente l’essermi esibito con i Pitura Freska, nel 2008, in Piazza San Marco (il concerto si svolse in data 5 febbraio – nda). Il gruppo era ormai sciolto dal 2002, ma esibirci in quella piazza, per noi veneziani, è stata una sensazione credo irripetibile.
Levaci una curiosità. L’Impiego del Veneziano come lingua per i tuoi pezzi, non credi che ti abbia incasellato solamente in una certa area geografica, magari escludendoti dal mainstream musicale?
Sono due le considerazioni dalle quali partire; cantare in dialetto non era una novità. Ad esempio gruppi e cantanti Napoletani che cantano in dialetto, sono da sempre una consuetudine e sono stati capaci di raggiungere qualunque parte d’Italia. Quindi se il dialetto in quel caso è esportabile, credo possa essere altrettanto esportabile anche il veneziano. Inoltre anche i primi gruppi giamaicani storicamente cantavano in dialetto, al punto che Marley venne contestato più volte perché giudicato eccessivamente commerciale. Secondo aspetto: Personalmente mi sono semplicemente limitato a “venezianizzare” il genere reggae delle origini, trasferendo la lingua da un dialetto (giamaicano) a un altro (il veneziano), purtroppo questo ancora oggi mi penalizza, basti pensare che nei festival di reggae non vengo chiamato a causa della scelta di cantare in veneziano.
Da vecchio appassionato dei Pitura Freska come mai dopo tanti anni l’avventura si concluse. Ed è immaginabile una nuova reunion dopo quella del 2008?
Purtroppo una reunion è impossibile. Ognuno di noi ha fatto scelte differenti e preso strade, anche artistiche, differenti. Per avere un gruppo si deve avere una convergenza di intenti che nel nostro caso sono venuti meno. Quindi quella reunion rimarrà un unicum per ricordare un vecchio amico. (Francesco “Ciuke” Casucci – cofondatore del gruppo e venuto a mancare nel 2008 – nda)
Quali fra le varie collaborazioni artistiche, quella che ricordi con più piacere?
Sicuramente le collaborazioni con Elio & Le storie Tese, presenti con tutta la formazione o parte di essa, nei dischi dei Pitura Freska. Poi altre collaborazioni sono state più territoriali. La più interessante e più recente collaborazione alla quale ho partecipato è per Sul Divano occidentale, pezzo di Vinicio Capossela (qui il link), nel quale intervengo per dare vita a una deriva reggae del brano.
E per il futuro ci sono nuove collaborazioni all’orizzonte?
Ogni tanto viene fuori qualche cosa a livello musicale e tra artisti cerchiamo di lavorare insieme per poter fare rete. Oggi è tutto spostato sui social, sulle piattaforme e per chi come noi apprezza e fa la musica suonata i tempi sono inevitabilmente cambiati e ci muoviamo con passi decisamente diversi, non necessariamente più corti. In tal senso i ragazzi più giovani sono abituati alla musica più digitalizzata e vedono quella strumentale come qualche cosa di datato. Credo che però più passerà il tempo e più torneranno ad apprezzare la musica fatta “alla vecchia maniera”. È solo un fatto di abitudine e di tempo.
A tale proposito volevo domandare una curiosità riguardo la tua professione di collaboratore scolastico. Nel corso degli anni hai notato dei distinguo rispetto al susseguirsi delle generazioni? E quanto queste sono rimaste coinvolte dalla tua proposta musicale?
I giovani di oggi che conoscono la mia musica la conoscono grazie alle generazioni precedenti: prima di tutto genitori, ma anche i nonni. Ma vale poi per tutti i generi, che si parli di Rock, pop, trap o anche reggae. Però come detto l’ascolto è differente rispetto al nostro, non più dischi ma piattaforme.
Per finire una domanda che penso ti abbiano rivolto molte volte. Come mai il soprannome Oliver?
Semplicemente perché io e l’altro cofondatore del gruppo eravamo inizialmente visti come un duo comico, tipo Laurel & Hardy, da qui il gioco di parole era molto semplice: da Oliver Hardy sono diventato Oliver Skardy, che è il diminutivo del mio cognome (Scardicchio – nda). E anche il nome dei Pitura Freska è debitore a Laurel & Hardy, dato che nel corso di una delle loro comiche su un muro era presente una scritta che citava “Pittura Fresca” (Wet Paint – nda) e da lì scegliemmo il nome del nostro gruppo.
Intervista a Sir Oliver Skardy

