Intervista al regista Roberto Beani; autore del documentario: Il Pilastro

a cura di Ciro Andreotti

Abbiamo fatto una chiacchierata a 360° con il regista, o direttore della fotografia, vedremo come lui per primo ama definirsi: Roberto Beani. Autore del docufilm: Il Pilastro (Qui la nostra recensione), storia di un rione periferico di Bologna, noto per essere fra i quartieri più difficili del capoluogo emiliano.

Partendo da lontano, arrivando al Pilastro e andando oltre, non verso l’aperta campagna ma parlando di progetti futuri, abbiamo fatto un excursus sulla carriera di un autore che a fine intervista conoscerete sicuramente meglio. Un autore in rampa di lancio e dotato di una serie di idee chiare riguardo la settima arte.

Un grazie doveroso a Roberto con la speranza di poterlo rivedere a breve ancora dietro la macchina da presa.

L’autore in occasione della vittoria del “ Best Film BPER Award ” al Biografilm 2025

Parlaci della tua carriera, dagli studi che hai compiuto fino alla scelta di dirigere.

Ho studiato all’università di Pisa. Ero iscritto a lettere e poi sono passato ad un corso di Cinema e Teatro, molto simile al DAMS di Bologna. Come al DAMS, c’era molta poca pratica e tanta teoria. Anche se mi piaceva particolarmente la semiologia. Direi che è stato utile seguire quelle lezioni per comprendere il linguaggio audiovisivo e anche per immaginarne uno proprio. Ho imparato un po’ di tecnica di ripresa da alcuni amici ma non ho frequentato nessuna scuola, sono un direttore della fotografia del tutto autodidatta. Quello che so l’ho imparato sbagliando ma soprattutto guardando un sacco di film. Nel 2011 il collettivo Zimmerfrei mi ha ingaggiato per lavorare come direttore della fotografia per un loro documentario. Da quel momento è partita una bellissima collaborazione con loro che dura ancora oggi. E da quel momento ho iniziato a fare il dop.

Sei passato da direttore della Fotografia a essere regista. Ma questa scelta cosa comporta in termini di differenze?

Per me fare l’operatore alla macchina è stato un modo di avvicinarmi al cinema, al documentario nello specifico. Quello che è cambiato ad esempio ne Il Pilastro, è stato il fatto di prendere decisioni non solo riguardo all’immagine, all’aspetto formale, ma decisioni che avrebbero definito la struttura del film. Relazionarsi con le persone intervistate, scegliere quali domande fare loro, ha condizionato in modo naturale anche in modo di girare. Del documentario mi piace infatti questa possibilità di lavorare in troupe molto ridotte, talvolta anche da solo. Questo mi dà una grandissima libertà e immagino sia più confortevole e più intimo, anche per le persone che intervisto.

L’esordio alla regia con un documentario che abbiamo decisamente apprezzato. Esistono similitudini con altri documentari che narrino altre realtà locali con le medesime modalità?

Vivo a Bologna da 15 anni. Nel 2021 stavo tenendo come docente un corso di reportage video alla Cineteca di Bologna. Era il periodo del COVID e gli studenti facevano fatica a produrre degli elaborati. L’associazione Laminarie, collaborando con Cineteca, ci ha invitati al Pilastro per produrre un piccolo video sul tema “ periferia e bellezza”. In quell’occasione, mentre facevo da tutor ai ragazzi, ho incontrato Oscar e Romano, due degli abitanti storici che appaiono nel film, e nel sentirli raccontare le loro esperienze ho capito che avrei voluto fare un documentario che raccontasse quella storia. Di lì a poco si sono verificate le condizioni per fare questo film e mi sono proposto subito come Regista.

Esistono casi di documentari dedicati a spaccati urbani che possano richiamare le medesime atmosfere del tuo film?

Non saprei. posso dirti che mi era piaciuto molto Punta Sacra, di Francesca Mazzoleni sulla comunità dell’idroscalo di Ostia. Ma quello è un tipo di racconto del tutto diverso, tutto basato sull’osservazione, senza interviste. È un cinema Documentario che adoro, come quello di Roberto Minervini, ma che richiede tantissimo tempo e condizioni adatte per lavorare in quel modo. Per esempio, in un lavoro come quello sul Pilastro, direi che sarebbe stato impossibile non usare il repertorio o le interviste per raccontare la mole di fatti che si sono susseguiti e che hanno condizionato la vita del rione.

La spontaneità dei protagonisti è frutto di qualche cosa di concordato a tavolino o è stato fatto tutto in presa diretta?

Certo, quelli che chiami i “protagonisti” non fanno altro che fare se stessi. Oltre alle interviste ci sono delle situazioni filmate che ho concordato chiedendo il permesso di girarle. Durante questi momenti dopo un po’ la macchina da presa smette di essere percepita come una “presenza” e quindi tutto sembra molto reale. In alcuni di questi momenti ho girato con due e talvolta tre camere proprio per permettere che tutto accedesse in modo naturale, senza chiedere mai di ripetere nulla. Il grosso del film però è girato con una sola macchina da presa.

C’è mai stato un momento nel quale c’era la paura di non riuscire a concludere ?

Beh, direi di sì. Forse non proprio la paura di non poter concludere, ma una grande incertezza riguardo all’aver lasciato fuori qualcosa di troppo importante. Inoltre, in film come questi, nei quali non c’è una sceneggiatura da seguire, diventa facile perdersi. Anzi, a volte proprio grazie a lasciarsi trasportare dalla curiosità, da quello che impariamo attraverso le interviste, che ci viene voglia di seguire altre strade. Tutto questo comporta il rischio di dilatare molto i tempi e di trovarsi al montaggio con troppo materiale. Oltre al girato prodotto da me nel film, si può notare molto materiale di repertorio: foto e pellicole messe a disposizione dalla Cineteca, dell’archivio di comunità del Pilastro, ma anche videotape prodotti direttamente dagli abitanti del rione. Per selezionare tutto quel materiale e costruirne una struttura narrativa funzionale con dei collegamenti, è stata preziosissima la figura di Federica Ravera che ha montato il film. Un’altra figura decisiva è stato Stefano Pilia, autore delle musiche. Credo che il suo lavoro abbia contribuito molto a restituire quest’idea di texture, di moduli che si ripetono come elementi architettonici senza rinunciare a dei temi, ma mantenendo sempre una preziosa sospensione.

Il documentario è stato rilasciato in prossimità del Biografilm 2025 che ha vinto, ottenendo un ottimo riscontro di critica e pubblico. Ti aspettavi questo successo?

Ho deciso di iscrivere il film al Biografilm Festival, nonostante mancassero ancora parte della color correction. L’ho fatto perché ho visto il festival crescere nel tempo e l’ho reputavo importante. Inoltre, mi sembrava importante per il Pilastro in generale, giocarsi questa possibilità. Non avevo tuttavia grandi aspettative. Ricordo infatti che quando ho saputo che era stato selezionato, restai sorpreso, oltreché molto felice. Aver vinto come miglior film è stato qualcosa di gigantesco per me, sia perché questo film è stato il mio esordio ufficiale, ma anche perché ho percepito quello premio anche come una vittoria del rione, come se avessimo vinto assieme.

La distribuzione della pellicola in seguito com’è proseguita?

Il documentario è distribuito da OpenDDB, con il quale uscirà in piattaforma a maggio 2026. Le iscrizioni ai vari festival li ho seguite personalmente. È molto faticoso questo aspetto promozionale perché dovrebbe essere seguito da qualcuno che lo fa di mestiere e adeguatamente retribuito per farlo. Per ora il film è stato selezionato all’ Architecture Film Festival di Rotterdam e al One Wolrd Romania Film Festival. Queste selezioni credo siano molto importanti perché pur quanto strettamente legato al territorio bolognese, il Pilastro racconta la storia di una periferia che potrebbe essere ovunque e per questo immagino che possa essere visto tranquillamente anche all’estero.

Futuro in termini di lavoro? Tornerai a dirigere o tornerai a essere un direttore della fotografia ?

Credo, e spero, che farò entrambe le cose. Sto già lavorando ad altri progetti, come Dop, ma anche scrivendo per pensare ad un nuovo documentario. Sono due maestranze che mi piacciono molto e nel mio caso le trovo strettamente connesse, per non dire difficilmente separabili l’una dall’altra.

Se dirigerai ancora, cosa che ci auguriamo, hai intenzione di spostarti dal genere documentaristico ?

Il cinema di finzione mi piace tantissimo, ma é molto più complesso da realizzare dal punto di vista produttivo. Del cinema documentario invece, oltre a quello che ho detto sopra, mi piace molto il fatto di doversi misurare con dei limiti che condizionano fortemente l’aspetto formale e talvolta, direi raramente, danno vita a forme nuove di linguaggio.

Intervista al regista Roberto Beani