La camera di consiglio, di Fiorella Infascelli

a cura di Ciro Andreotti

Palermo, 1987. Due giudici togati e sei giudici popolari furono rinchiusi nel carcere dell’Ucciardone all’interno di una camera di consiglio nella quale avrebbero dovuto decidere le condanne da comminare a quasi 500 imputati per il Maxi Processo di Mafia.

A quasi dieci anni di distanza la regista Fiorella Infascelli confeziona il sequel ideale della sua penultima pellicola: Era d’Estate (id.; 2016) dedicata all’estate del 1985 e al periodo di trasferimento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sull’isola dell’Asinara, per proteggerli da attentati già pianificati da Cosa Nostra. In tal caso la scelta è di narrare cosa avvenne dopo che vennero arrestati centinaia di mafiosi, o presunti tali, nell’aula Bunker di Palermo e nella camera di consiglio che venne allestita e occupata a fine dibattimento da una giuria composta da otto elementi. Impiegando ancora una volta Massimo Popolizio, in tal caso nel ruolo del giudice A Latere Pietro Grasso, il quale ha contribuito con i propri ricordi alla veridicità della pellicola, e affiancandogli Sergio Rubini, nella parte del giudice Alfonso Giordano. Entrambi autori di un’eccellente prova teatrale; perché assieme al resto del cast, impreziosito da sei abili caratteristi e da attori consumati, è esattamente di teatro che si parla. Ovvero la forma più antica di recitazione in presa diretta, che in alcuni frangenti può funzionare anche sul grande schermo. Alfred Hitchcock con Nodo alla gola (Rope; 1948), Carnage (id.; 2011) di Roman Polański, o in tempi più recenti La riunione di condominio (id.; 2025) diretto dallo spagnolo Santiago Requejo, sono solo alcuni dei film, più o meno riusciti, che sembrano, o sono realmente, figli di piéce teatrali. Pellicole con un gruppo limitato di attori e con scene girate in ambienti chiusi e impiegati alla stregua di un palco. È questo il caso della camera di consiglio del titolo: blindata per evitare attacchi e contatti provenienti dall’esterno. E necessaria per creare una sterilità destinata a proteggere sia la giuria, che non potrà incontrare nemmeno chi cucina per loro, sia la capacità dei componenti di essere neutrali in merito alle loro scelte.

Il periodo di 36 giorni nel corso dei quali gli otto giurati analizzeranno, non senza numerosi ripensamenti, ogni singolo caso, testimonianza, imputati e accuse, saranno alla base della conoscenza di ognuno di loro. A iniziare dai due giudici togati, l’uno più inflessibile (Popolizio) nei confronti degli accusati. L’altro più legato a come siano state presentate le accuse, le prove e gli indizi (Rubini) che lo pone di fronte a una fila di dubbi riguardo chi stagionare, o per il quale edulcorare una pena. E una conoscenza che spingerà ognuno degli altri sei giudici popolari ad attraversare le rispettive paure di vendette, il desiderio di tornare liberi, e la prigionia, seppur temporanea, fra le mura della camera di consiglio.

Film che è quindi meritevole nell’aver ricreato il ricordo credibile e tangibile di quei 36 giorni di lotta alla mafia. Ma un film che a causa della scelta di muoversi obbligatoriamente all’interno di un ambiante blindato, si limita a soffermarsi sull’esito morale del processo trascurando quasi del tutto altri piani narrativi.

La camera di consiglio (id.). Italia, 2025 Regia di: Fiorella Infascelli Genere: Drammatico, Storico Durata: 107′ Cast: Sergio Rubini, Massimo Popolizio, Rosario Lisma, Claudio Bigagli, Betty Pedrazzi, Anna Della Rosa, Stefania Blandeburgo, Roberta Rigano Fotografia: Fabio Zamarion Montaggio: Cristiano Trovaglioli Musiche: Alessio Vlad Soggetto: Fiorella Infascelli, Francesco La Licata Sceneggiatura: Fiorella Infascelli, Domenico Rafele, Francesco La Licata, con la consulenza di Pietro Grasso Produttore: Ambrosia Italia, Master Five Cinematografica, Rai Cinema Distribuzione: Notorious Pictures.

La camera di consiglio, di Fiorella Infascelli

Valutazione finale: 6 / 10