
Ancora Thomas Pynchon nella cinematografia di Paul Thomas Anderson, attraverso il rimodellarsi di un altro romanzo – Vineland (id.; 1990) – che cerca di narrare un’altra America. Un’America diversa rispetto alla versione ‘60ies che ci era offerta in Vizio di Forma (Inherent Vice; 2014) ove il retrogusto agrodolce dell’epoca hippie la faceva da padrone. In tal caso l’attualizzazione del romanzo di uno degli autori più enigmatici del mondo della letteratura post moderna d’oltreoceano, cerca, attraverso la vita di una coppia di ex rivoluzionari, ormai divisi da molti anni, di strizzare l’occhio alla società di oggi. Un’ex coppia nella quale Leonardo Di Caprio, nel ruolo di Pat Calhoun, ha abdicato alle vecchie abitudini e convinzioni politiche, per dare spazio alla presenza e alla crescita di sua figlia. Mentre in Perfidia, l’attrice e cantante Teyana Taylor, è al contrario la voglia di continuare la lotta senza alcun genere di tregua possibile che ha da subito la meglio.
Un ritmo serrato alternato alla confusione mentale nella quale è ormai precipitato il personaggio affrescato da Di Caprio. Un padre preoccupato più per le sorti della figlia e meno di dove stia andando la propria nazione. Una nazione che negli anni ‘80, epoca nella quale era ambientato il romanzo originale, faceva da sfondo sia alle peregrinazioni di Pat e Willa, ma al tempo stesso rappresentava la denuncia, una delle più spietate, che si potesse immaginare su carta stampata. Perché se Bret Easton Ellis aveva narrato efficacemente la parte più patinata dell’America Reaganiana, Pynchon al contrario aveva fatto dell’azione e delle vicende di ex idealisti, una narrazione molto più claustrofobica e disillusa.
Quasi tre le ore di un film che diventano necessarie per riattualizzare un romanzo nel quale Anderson non cerca di muovere critiche agli USA degli anni ‘80, e ‘90, ma al periodo storico odierno, nel quale è lo Stato che fa la parte del cattivo, sotto forma del perfido e sadico Sean Penn nel ruolo del colonnello Steven J. Lockjaw.

La sceneggiatura alterna momenti surreali – le parole e contro parole d’ordine dimenticate da Ferguson – e riesce a funzionare grazie a un cast nel quale svetta Di Caprio, come ormai spesso accade, ma nel quale anche gli altri protagonisti: Sean Penn, Benicio Del Toro, nel ruolo di un vecchio commilitone di Di Caprio, aggiungono ingredienti a un piatto ben cucinato.
Al tempo stesso è però proprio la durata e la lentezza in alcuni momenti che rappresentano un limite di un film che merita di essere visto come un affresco storico contemporaneo, e non solo come un semplice film d’azione.


