Recensione libro “La banda Bellini”, di Marco Philophat

Recensione libro “La banda Bellini”, di Marco Philophat.

“La banda Bellini” parla di un tempo oramai remoto, non ancora digitale ne’ preda di algidi algoritmi. Situazioni, corpi, esperienze in divenire nell’accelerazione improvvisa della storia. Milano era in fermento, i baby boomers, neo-nonni di oggi si riprendevano la città in barba alle più vetuste leggi di mercato. E spesso “forzando” la mano, occupando a man bassa edifici dismessi, chiese sconsacrate luoghi dimenticati, abbandonati dalla furia produttivista della città.

Marco Philophat, ritorna su quegli anni (formidabili davvero?) a cavallo tra sussulti movimentisti e paranoie brigatiste, inghiottiti nel decennio successivo dalla marea sfavillante della Milano da bere. E lo fa in questo accorato libro-intervista ad Andrea Bellini, uno dei protagonisti delle scene politiche antagoniste di quegli anni, fondatore tra gli altri del collettivo del Casoretto da cui nacque la Banda Bellini, estranea alle lotte per l’egemonia della piazza, allora contesa soprattutto tra Lotta Continua, Movimento dei lavoratori per il socialismo e Avanguardia operaia. Tre super gruppi della sinistra ad arginare e smontare il sonnambulismo conservativo del Partito Comunista, tutto proteso in politiche dell’austerità e alla deferenza di rito verso il fratellone maggiore, il PCUS.

Recensione libro "La banda Bellini", di Marco Philophat
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Bellini ricorda quella breve stagione con ironia e leggerezza, dove gli umori e i bisogni dei non garantiti sovente contrapposti ai garantiti si scontrano con lo status quo, l’ordine consolidato, le narrazioni dominanti…

Andrea Bellini e i suoi non ci stanno e innescano processi di delegittimazione dell’agire politico, che sarà legato spesso all’azione diretta di Soreliana memoria. Mossi da un genuino impulso di cambiare lo stato di cose presenti ma senza la necessaria elaborazione teorica, non prevedono assalti al cielo, restano “macchine desideranti” tanto care a nouveau philosophie francesi, Guattari e Deleuze in testa. Immettono nei circuiti del sociale, produttivi e riproduttivi in senso marxiano, scintille di senso, azioni spesso frutto di un’immediatezza che troveranno più compiutezza, seppur spesso in forme pre-politiche nei moti del 1977.

Bellini ricorda quella breve stagione con ironia e leggerezza (la prima edizione e’ del 2005, riedito nel 2015). Dove gli umori e i bisogni dei non garantiti sovente contrapposti ai garantiti (secondo l’ormai bipartizione di Asor Rosa in un suo celebre pamphlet) si scontrano con lo status quo, l’ordine consolidato, le narrazioni dominanti nel tentativo di sovvertire “l’ordine del discorso” troppe volte appannaggio di gruppi di potere, forti, inscalfibili e che riusciranno, come l’araba fenice, a rinascere dalle proprie ceneri.In definitiva, una bella testimonianza di vita politica, esistenziale, intima di Bellini (scomparso qualche anno fa) che ricordava con orgoglio la colonna sonora ispiratrice della “banda”,quel celebre Sean Sean di “Giu’ la testa” , insieme all’estetica del gesto a la “Mucchio selvaggio”, alfa e omega di un periodo da tempo consegnato alla storia.

Recensione libro “La banda Bellini”, di Marco Philophat.

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