Una piccola pietra, di Emilio Guarnaschelli, recensione

Una piccola pietra, recensione del libro di Emilio Guarnaschelli.

Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente” G.W.F. Hegel.

Ulitsa Kudrina, 48, Pinega, Oblast’ di Arcangelo, Russia, oltre il circolo polare artico. E’ qui, in questo inospitale villaggio che Emilio Guarnaschelli visse gli ultimi anni della sua sfortunata gioventù, reo per le autorità sovietiche di sovversione contro i poteri della Stato. Operaio, comunista, antifascista, ai tempi delle famigerate purghe staliniane, Guarnaschelli non volle rientrare in Italia in tempo utile. Probabilmente una parola di troppo in una libera discussione in cui credeva, un funzionario allineato (e alieno a qualsiasi pratica umanitaria) lo catapultarono nell’universo concentrazionario di Pinega.

Una piccola pietra, recensione del libro di Emilio Guarnaschelli.
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Il libro racconta gli anni, di speranze mal riposte, perduto in questo gelido villaggio fatto da quattro lunghissime strade. Guarnaschelli era un idealista, come si può essere a vent’anni, ignaro sino al suo allontanamento, della tragedia del popolo russo sotto il tallone di ferro di Stalin. Una bella introduzione di Ernesto Galli della Loggia a corredo di questa testimonianza dolorosa contribuisce a far chiarezza, soprattutto quando ricomprende le vicende come quelle di Guarnaschelli nel quadro della grande storia, composte da micro storie che a volte sfuggono alla ricerca storiografica. Ne costituiscono l’ossatura esistenziale, trame e orditi sovente dimenticati.

Un libro che va letto con la preoccupazione di capire, senza paraocchi ideologici!

La forma, tipica del diario, aiuta il lettore a calarsi nella terribile realtà dei gulag sovietici. Qui in realtà è un gulag aperto senza sbarre ma dal quale è praticamente impossibile fuggire. Il cibo che manca, le morti di inedia, il freddo polare, il tempo che non passa sono alcuni tratti salienti di questa tragica esperienza. Neppure il ricorso a Togliatti da parte del fratello Mario sortisce qualcosa, anzi tutto viene coperto da una coltre di silenzio, omertà, complicità. Togliatti infatti non risponde a nessuna lettera del fratello, sicuramente occupato in questioni di stabilità interna al Partito e anche della propria pelle. Poco avvezzo ad occuparsi del caso di un giovane operaio, triturato dai ferrei meccanismi della dittatura Staliniana.

Per inciso: nel 1937 un già maturo Togliatti non si oppose alla liquidazione fisica del ceto dirigente polacco, voluto da Stalin. Un buon libro, 1937 di Renato Mieli, stretto collaboratore del “Migliore” ricostruisce il processo farsa voluto dalle autorità sovietiche per cancellare qualsiasi tentativo di riforma del sistema polacco.

Ritornando a Guarnaschelli, il libro va letto con la preoccupazione di capire, senza paraocchi ideologici, come sia stato possibile quest’inferno sulla terra date le premesse di liberazione e di pace universale, sovvertite ben presto da un sistema repressivo sul quale in passato si è fatta tanta mitologia a buon prezzo. Pagato invece a caro prezzo, da chi, come Guarnaschelli ne aveva fatto una ragione di vita.

Dovrei tacere ma non ne sono capace

Una piccola pietra, recensione del libro di Emilio Guarnaschelli.

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